Quando la vita ci sorprende, ci spiazza con le sue stravaganze inattese, le sue curve bizzarre, le frenate brusche e le ferite che non si rimarginano, ci rintaniamo di frequente nel lamento amaro. La mormorazione si attacca alle nostre giornate come insidiava quelle degli Israeliti nel deserto o assaliva i giudei di fronte alla novità Gesù: «Allora i Giudei si misero a mormorare contro di lui perché aveva detto: «Io sono il pane disceso dal cielo». Siamo molto abili nello stravolgere, come nell’Esodo, un percorso di liberazione e salvezza in cammino di morte. Non siamo preparati, continua a scandalizzarci, a interpellarci, la croce, il dono totale per amore che la voce e la vita di Gesù ci fanno scorgere in ogni avvenimento presente, passato o futuro della nostra vita: dentro la realtà, ascoltando il Maestro, rinveniamo il mistero pasquale che ci inquieta invitando a perderci, ad abbandonarci a un Altro.
La mormorazione, in cui tutti ci ripieghiamo, chiude la relazione, impedisce la fede, è un ragionare tra me e me, di me, degli altri e di Dio. Esattamente il contrario della preghiera nella quale mi penso davanti a Dio, con Dio, guardo me stesso e gli altri con i suoi occhi. Credere che questo sia possibile mi guarisce dalla ferita autoreferenziale e mi apre al dono. Domenica scorsa abbiamo sentito che l’opera di Dio è la fede, oggi il Vangelo ci svela che il credere è operazione trinitaria in noi: «Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Sta scritto nei profeti: E tutti saranno istruiti da Dio. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da lui, viene a me. Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo colui che viene da Dio ha visto il Padre». La fede, l’accoglienza e l’abbandono al dono di Dio nella nostra vita, sempre segnato dalla Pasqua di morte e risurrezione, sono la risposta alla nostra invocazione, alla fame costitutiva che ci abita, al bisogno continuo e progressivo di salvezza che fa ardere i deserti della nostra interiorità.
La condiscendenza divina ci viene incontro, discende e si abbassa nel Figlio fatto carne, nel suo donarsi a noi, solo Pane che può saziare la nostra fame radicale, il nostro essere continuamente affamato e assetato. Chi grida al Padre la sua mancanza, il suo bisogno, già crede che riceverà da Lui, Chi è in grado di sfamarlo e «chi crede ha la vita eterna», vince cioè la sua povertà più vera, passa attraverso la paura della morte che affama e sfinisce, nella fiducia di giungere nelle braccia di un Padre buono e accogliente.
