La prima lettura di questa liturgia domenicale, tratta dal libro della Sapienza, rievoca una notte molto importante per il popolo d’Israele, per la propria fede e la propria salvezza. E’ la notte dell’esodo, la notte della liberazione dalla schiavitù egiziana e il cammino verso la terra promessa, dalla schiavitù dell’idolatria per adorare l’unico vero Dio che dona al suo popolo la salvezza, simboleggiata dal dono della terra. E’ stata dunque la notte della fede, nella quale il popolo d’Israele ha creduto e ha dato piena fiducia a Dio e si è lanciato nell’avventura verso il deserto lasciando il certo per l’incerto. E’ la stessa fede di Abramo ricordata nella seconda lettura tratta dagli Ebrei. Egli, chiamato da Dio, obbedì partendo per un luogo che doveva ricevere in eredità e partì senza sapere dove andava. La fede è attesa e speranza: Abramo, Sara e tutti i grandi protagonisti della storia della salvezza furono soprattutto dei credenti con il cuore fisso alla patria celeste. Anche per noi è importante la fede di Abramo nostro padre; anche noi, nella notte del dubbio e della prova siamo guidati da una nube luminosa: la forza del Vangelo. Come gli israeliti vegliarono e furono pronti al passaggio del Signore, così anche noi dobbiamo vegliare, essere pronti. L’invito alla vigilanza risuona deciso nella pagina evangelica. Ci viene ricordato da Gesù che la fede va vissuta con la stessa intensità ogni giorno della nostra vita proprio perché non sappiamo quando tornerà “il padrone di casa”. Gesù descrive l’atteggiamento di colui che è pronto ad incontrare il Signore per renderci più sereni e invitarci a guardare all’incontro con Lui da una prospettiva di pace e di gioia. Gesù ci chiede di essere svegli, pronti, di essere servi che lo aspettano con le vesti strette ai fianchi. Le ‘vesti strette ai fianchi’ ricordano le indicazioni a cui gli israeliti dovevano attenersi per prepararsi alla notte della liberazione e consumare l’agnello. I fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano, il mangiare in fretta (cfr Es 12, 11) annunciavano l’immediata partenza, il viaggio da intraprendere. Così il giorno del ritorno del padrone di casa sarà come la Pasqua del Signore per gli Israeliti, sarà il passaggio di Dio in mezzo al suo popolo. Il ritorno del padrone è un passaggio di salvezza, ma al tempo stesso doloroso perché molte sono le realtà e i beni da cui staccarsi. Per questo Gesù invita a farci un tesoro nei cieli, a farci borse che non invecchiano. Gesù ci chiede di aspettarlo con le lampade accese. Nella Sacra Scrittura la lampada rimanda alla Parola di Dio: ‘lampada per i miei passi è la tua parola, luce sul mio cammino’. Per essere pronti, per incontrare il Signore la luce della sua parola è indispensabile. Se il Vangelo, l’insegnamento di Gesù e i suoi comandamenti sono luce al nostro cammino, siamo sulla strada giusta e il nostro camminare è sicuramente incontro al Signore. Un altro atteggiamento che Gesù chiede è quello di aspettarlo quando arriva e bussa per aprirgli subito. Gesù bussa alla porta del nostro cuore ogni giorno e in modi diversi. A noi il compito di affinare l’orecchio e accorgerci del suo bussare dolce, senza pretese, rispettoso. Se nella nostra vita non ci accorgiamo che Lui è alla porta del nostro cuore e non gli apriamo e non gli facciamo spazio, il giorno del ritorno del padrone sarà per noi come l’arrivo di uno sconosciuto o come un ladro che ci spaventa e ci inquieta. L’incontro con il Signore che viene sarà tanto familiare e sereno quanto più giorno per giorno egli ci è stato familiare e amico in questa vita.
Sorelle Clarisse S. Micheletto
