Ascoltando la Parola che ci è proposta in questa domenica, davanti al ricco incurante e cieco nei confronti del povero Lazzaro, torna alla mente un’altra affermazione di Gesù: «I poveri li avete sempre con voi, ma non sempre avete me» (Gv 12,8). Effettivamente laddove le ricchezze esagerate, lusso e sperpero tiranneggiano, sono automaticamente presenti le povertà più scandalose ed evidenti. Quasi che l’abbondanza producesse una sorta di stordimento, ottundimento della mente del ricco che non riesce più a cogliere ciò che accade intorno a sé, non vede nemmeno cosa produca la sua ipersazietà. Sì, perché altrove Gesù dice: «Sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,20). Lui è con noi sempre, come i poveri, forse nei poveri…il problema è vederlo, accorgersi che abita in chi quotidianamente elemosina ciò che cade dalla nostra mensa, nella debolezza e fame più comune e scandalosa incontrata a ogni piè sospinto eppure così nascosta ai nostri occhi.
Accade a noi, come al ricco di questa surreale parabola, di riempire il nostro cuore, di “abbuffarci” fino all’ingordigia, di ciò che apparentemente, così ci sembra, sazia la nostra fame, per evitare di incontrare il nostro vuoto, la nostra povertà, di toccare le nostre piaghe, di sentire i morsi della nostra vera fame. La paura del nostro nulla ci spinge compulsivamante a distogliere lo sguardo, a non vedere chi, povero, fa da specchio alla nostra reale condizione di poveri, alla nostra solitudine nella miseria interiore fatta di debolezze, fallimenti, tradimenti. Accorgersi di queste dimensioni, del nostro mostro interiore, sarebbe invece la via che porta alla compassione, ad aprire gli occhi sul bisogno altrui, sulla sua fame e sete. Portare a coscienza la nostra strutturale debolezza è quanto diminuirebbe la distanza, ci farebbe prossimi al povero (materiale, spirituale, mentale, ecc.) che ci vive dentro e accanto.
E per arrivare a vedere il povero, a provarne compassione, come la sperimentiamo nei nostri confronti, occorre riconoscere di non saper vedere, di avere in noi opposizioni strutturali che sorgono alla vista di un povero. Occorre riconoscere di avere in noi quel ricco di cui il Vangelo ci parla oggi: cieco, sordo e muto (così ci è descritto e per di più senza nome e identità se non quella di uomo dedito solo a banchettare lautamente), ignora la parte di noi affamata, piagata, ferita. Per questo quando incontra un povero non è in grado di prendersene cura, semplicemente non ha occhi per lui.
Il Signore Gesù vero, povero e mendicante, non ha avuto timore ad avvicinare le nostre debolezze e miserie: si è fatto povertà per amore, prossimo all’umanità che vive nel vuoto e nella mancanza.
Guardando in quell’Uomo ferito, reietto e sfinito, la nostra costitutiva miseria, possiamo avere il coraggio di posare gli occhi su di noi e su chi ci vive accanto. Possiamo provare ad accostare chi bussa alla nostra porta, chi attende da noi un gesto di benevolenza. Guardando quell’Uomo, innalzato per noi, possiamo riascoltare in noi l’eco del nostro desiderio più profondo sepolto da tempo, la promessa di riuscire ad amare, di risvegliare la nostra capacità di amare.
Accadrà così un vero e proprio miracolo: sarà la nostra parte più debole, mancante, detestabile, a porgerci la salvezza. Quella più bisognosa di aiuto che ci dona l’attesa e la gioia di un incontro, che ci fa uscire dall’isolamento delle nostre presunte richezze, invocando comunione e amore.
