Ancora una volta oggi in tutte le chiese risuona uno dei canti più belli del Salterio: “Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla…” Il simbolismo del pastore pervade tutta la liturgia odierna, un simbolismo carico di risonanze che a noi spesso sfuggono: il pastore nell’antico oriente non era solo la guida del gregge ma il compagno di vita in modo totale, pronto a condividere con le sue pecore la sete, le marce, il sole infuocato, il freddo notturno. Attorno a questa immagine Gesù costruisce una parabola che solo Giovanni ci riferisce. Cristo si presenta come Buon Pastore e porta delle pecore. Ora, una delle porte del Tempio di Gerusalemme si chiamava proprio Porta delle Pecore. Forse Gesù, mentre parla, guarda gli ebrei che attraversano questa porta orientale ed entrano nel cortile del Tempio per incontrare il loro Pastore supremo, il Signore, nel culto. Egli esclama: “Sono io la porta delle pecore”, cioè il vero Tempio, che vi mette in contatto con Dio; sono io il Pastore, il Signore. Tra l’altro l’espressione ‘Io sono’ aveva un’eco particolare per gli ascoltatori ebrei. Essa infatti evocava quelle celebri parole indirizzate da Dio a Mosè dal roveto ardente: “Io sono colui che sono”, una misteriosa definizione di Dio. Questa pagina evangelica è prima di tutto un inno alla divinità del Cristo. Il pastore divino fa uscire il suo gregge in un grande esodo verso pascoli fertili, cammina innanzi come una guida, mentre le pecore lo seguono sicure e seguire, nel linguaggio evangelico, è il verbo del discepolo. Nessun altra voce può essere ascoltata se non la sua. All’infuori di Gesù ci sono l’estraneità, il furto e la rapina. Gesù ci conosce per nome da sempre, ci separa dalla comunione con il male, ci porta sulla strada della verità. I cristiani non appartengono a nessuno se non a Cristo, con un’appartenenza che non mortifica ma dà la vita. Le pecore, e quindi i discepoli, lo seguono, o -secondo la lettera di Pietro- seguono le sue orme, si fanno guidare e formare dai suoi esempi e dalle sue parole. Pietro presenta l’esempio di Gesù dovendo affrontare un problema sociale veramente delicato: i rapporti tra padroni e schiavi. Tra coloro che hanno ricevuto il Battesimo vi sono persone nobili e benestanti, ma anche molti schiavi i quali hanno a che fare con padroni duri, arroganti e insolenti. A queste prepotenze spesso si aggiungono i soprusi dei compagni di schiavitù irritati dal fatto che, proprio per essere diventati cristiani, gli schiavi battezzati hanno rotto con vecchie abitudini, assumendo uno stile di vita irreprensibile. Pietro aiuta tutti, padroni e schiavi a contemplare il Cristo paziente e glorioso perché “a questo siete stati chiamati poiché anche Cristo patì per voi lasciandovi un esempio perché ne seguiate le orme”. Così Pietro sottolinea il cuore del paradosso cristiano, quello che anche lui aveva rifiutato di ammettere: attraverso la morte, accettata con amore e per amore, zampilla la vita. Le piaghe del Crocifisso, aperte nel Corpo di Gesù dai peccati dell’uomo, anziché rivelare e diffondere il contagio sono piaghe che guariscono, sono sorgente di risanamento e di salvezza. Il vivere cristiano è un vivere da guariti in virtù della passione di Gesù, è lasciarsi “trafiggere il cuore” come gli uditori della predicazione di Pietro nella prima lettura. Gesù crocifisso e risorto ci tocca e ci coinvolge personalmente e profondamente; interpellati e scossi suscita in noi la domanda: che cosa dobbiamo fare? Il pentimento porta alla revisione di vita, alla detestazione del peccato perché la parola di Dio ci illumina e penetra la nostra vita più che “una spada a doppio taglio” facendoci comprendere quanto è grande il nostro bisogno di conversione. La parola di Dio è la voce del Buon Pastore che ci chiama per “salvarci da questa generazione perversa”, per tirarci fuori dal male e “darci la vita, vita in abbondanza”.
Sorelle Clarisse S. Micheletto
