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Casa » News » Commenti Letture Domeniche » Commento alle letture della Solennità dell’Esaltazione della Santa Croce

Commento alle letture della Solennità dell’Esaltazione della Santa Croce

Pubblicato su 11 Settembre 2014 di Suore Carmelitane

In questa Domenica con tutta la Chiesa celebriamo la Festa dell’Esaltazione della Santa Croce. È Festa grande nella nostra Diocesi di Lucca che volge il suo sguardo di fede al Volto Santo e si lascia da Lui guardare. In Lui contempliamo, nell’espressione più alta, il mistero di amore di Dio per noi, il mistero d’amore della nostra Salvezza: Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in Lui non vada perduto, ma abbia la vita. Lo contempliamo in un “segno di contraddizione”: uno strumento di morte che è divenuto glorioso. Come può una croce, patibolo riservato agli schiavi e ai malfattori, essere glorioso, essere addirittura fonte di salvezza? La liturgia di oggi ci aiuta ad accostarci a questo mistero, all’amore che ha “spinto” il Padre ha donarci il Figlio e ha fatto sì che il Figlio non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso… diventando simile agli uomini… facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce. L’uomo si era allontanato dal Signore e viveva nella schiavitù del peccato, soggetto alla morte, ma il Signore, che lo aveva creato e chiamato alla vita, non lo ha abbandonato e si è fatto Lui stesso sua salvezza. Gli Israeliti nel deserto in balia dei pericoli e dei serpenti brucianti sono il segno della condizione dell’uomo prima della venuta di Gesù. Nel deserto la guarigione dai morsi velenosi venne al popolo dal volgere lo sguardo a un serpente di bronzo che Mosè aveva innalzato sopra un’asta, chiunque lo guardava, restava in vita. Quel serpente innalzato era figura di Cristo che è la nostra vera e definitiva salvezza dalla morte e dal peccato. La guarigione vera viene dal guardare Lui, il Figlio dell’uomo innalzato, perché chiunque crede in Lui abbia la vita eterna. Ecco perché la croce, strumento di morte è potuta diventare gloriosa, perché è stata portata ed “abitata” da Colui che è la vita, da colui che prendendo su di Sé la nostra morte l’ha sconfitta, da Colui che umiliò se stesso, facendosi obbediente fino alla morte di croce e ha trasformato un patibolo infame in “talamo trono ed altare” come recita un sacro Inno, perché per la sua obbedienza Dio lo esaltò e gli diede un nome che è al di sopra di ogni altro nome, perché ogni ginocchio si pieghi… e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore. Gesù incarnandosi si è svuotato, si è unito ad ogni uomoe sulla croce, facendosi carico del nostro peccato ha raggiunto gli abissi più profondi della nostra povertà. Nella morte e Resurrezione di Gesù si è consumato il dono totale di Dio per noi. S. Giovanni della Croce scrive che Gesù nel momento del massimo annientamento e abbandono, «compì l’opera più meravigliosa di quante ne avesse compiute in cielo e in terra durante la sua esistenza terrena ricca di miracoli e di prodigi, opera che consiste nell’aver riconciliato e unito a Dio, per grazia e per natura, il genere umano». (II Sal 7,11) E invita ciascuno di noi a non scoraggiarsi nella prova, ma a scoprirvi dentro una preziosa opportunità di somigliare a Gesù. Come è stato per Lui, può essere anche per noi: nell’apparente sconfitta o fallimento, nella sofferenza fisica o del cuore, nelle prove inevitabili che la vita ci riserva, la fede e la speranza ci sostengono, nella certezza che l’amore del Signore fa miracoli attraverso la nostra debolezza e povertà. Se accolte e portate con amore, diventano grazia e bene non solo per noi, ma anche per tutti i fratelli, perché unite alla vita di Gesù. Se partecipiamo infatti alla sua morte, partecipiamo anche alla sua Resurrezione, perché per virtù dello Spirito Santo, la sua vita è ora la nostra vita. Gusteremo allora la gioia di sentirci salvati e faremo l’esperienza che anche le nostre piccole o grandi croci, nella fede e nell’amore possono trasfigurarsi in croci gloriose.

 

 

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