Le parabole che Gesù ci narra in questa XI domenica del Tempo Ordinario utilizzano un linguaggio semplice, concreto, aderente alla realtà: ci appaiono immediatamente comprensibili e di facile interpretazione, ma come sono ardue da vivere per la nostra mentalità costruita sull’efficacia in proprio e sulla potenza esercitata come visibilità esteriore ed esercizio di forza! Occorre che chiediamo allo Spirito un’intelligenza umile e non arrogante, che illumini i lati oscuri della nostra esistenza, le motivazioni che spingono le nostre piccole e grandi scelte quotidiane e ci conduca alla verità di noi stessi.
Il Regno di Dio, cioè Dio, infatti è un piccolo seme che possiede un’efficacia in sé, una potenzialità che si dispiega al di là del nostro intervento: possiamo fare di tutto per farlo germogliare come vogliamo noi, ma non è detto, anzi non succede quasi mai, che la risposta corrisponda alle nostre attese. C’è una libertà e una gratuità nella vita di Dio che ci supera costantemente, alla quale possiamo solo affidarci; nella nostra relazione con il Padre c’è un aspetto di passività, di recezione semplice di un amore che si dona e ci precede, che spesso la nostra meccanica abitudine all’agire, al costruire, al fare, offusca e allontana da noi. Ma Lui, dorma o vegli il contadino, germoglia e cresce, come egli stesso non lo sa, perché non può impadronirsi dell’Origine, del Principio generatore di vita, che tutto muove, ed è decisivo che lo riceva come un dono.
Ci è stato vietato, secondo il racconto di Genesi, di afferrare i frutti dell’albero della conoscenza del bene e del male e poi, di conseguenza, dell’albero della vita, perché imparassimo a ricevere la vita come un dono, come qualcosa che non possiamo acquistare avanzando pretese o accumulando meriti. Il Padre vuole insegnarci a vivere, vuole che diventiamo realmente come Lui: davvero liberi.
Ci educa per questo, fin dalle origini, alla gratuità ad agire cioè non attendendo una resa immediata in termini di visibilità, affetto, riconoscimento, ma agendo perché quella cosa è buona in sé…lasciando che la potenza della Parola, del seme-amore germogli come e quando vuole. I frutti alla fine verranno, ma gratuitamente, si raggiungeranno, cioè, non cercandoli direttamente, come un sovrappiù di dono, spesso non calcolati o prevedibili: non sono dei prodotti! Forse il risultato sarà proprio la debole capacità di compiere qualche gesto gratuito, di offrire liberamente, con poca fiducia in se stessi la propria vita, all’interno di percorsi lunghi e lenti, dove l’attesa è l’unica, spossante, decentrante, attività.
L’efficacia di cui ci parla il Vangelo è sempre, infatti, quella della croce, del seme di senape, il più piccolo, debole e fragile, non dotato e spesso scartato, ma che caduto a terra, marcisce e muore, e per questo produce molto frutto (cfr. Gv 12,24): potenza di vita celata nell’impotenza di un Crocifisso.
L’umile, accogliente attesa che questa logica sconcertante germogli nel nostro cuore è l’attività passiva che impariamo dal seminatore di questa domenica.
