Il tema della vocazione occupa la liturgia di questa domenica. Nella prima lettura Dio appare a Isaia in tutta la sua maestà. La scena si apre con la visione di Dio seduto su un trono. Il suo manto è così grande e abbondante che i lembi di esso riempiono tutto l’edificio del tempio. I serafini volano sopra e attorno al trono, proclamano la santità di Dio ripetendo per tre volte l’attributo ‘santo’. Il canto dei serafini che accompagna il manifestarsi di Dio fa tremare le porte del tempio e lo riempie di fumo. Isaia di fronte a questa scena potente e maestosa, di fronte alla santità di Dio si sente inadeguato, sente il peso delle sue colpe: il peccato è un ingombro enorme. Davanti alla verità di Dio e al suo dono di misericordia, l’uomo scopre la propria verità. Si sente lontano e si vede perduto: sa di non essere quello che deve essere e si sente indegno. Non c’è rivelazione di Dio senza coscienza del proprio peccato. Dove non c’è timore, stupore e senso del peccato non si sta alla presenza di Dio, ma solo di un idolo, maneggevole a propria immagine e somiglianza. Il grido di Isaia non cade nel vuoto e i serafini eseguono un rito di purificazione prendendo dall’altare un carbone ardente che pongono sulle sue labbra. L’uomo della parola, il profeta, deve essere purificato proprio nella parola. La visione di Dio ha uno scopo preciso: trovare un inviato da mandare ad Israele per dargli una nuova possibilità di recuperare il suo rapporto con Dio. “Chi manderò e chi andrà per noi?” (Is 6, 8). La risposta di Isaia è totale e senza esitazione: “Eccomi, manda me”. Accetta di essere il portatore dei messaggi divini al suo popolo. Guarito dalla sua inadeguatezza è pronto per il servizio profetico. Le stesse dinamiche vocazionali le ritroviamo nella pagina del Vangelo dove Gesù chiama Pietro a seguirlo. Gesù si rivolge a Simone e gli chiede di prendere il largo. La richiesta di gettare le reti in pieno giorno è un’assurdità incredibile per un pescatore di mestiere come Simone. “Abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla…” ma quella parola: “prendi il largo e gettate le reti per la pesca” lo ha provocato ed egli accetta di mettersi in gioco. Sulla fatica prevale la parola di Gesù e le spesse reti appena riassettate vengono calate di nuovo. Le reti che nella notte avevano portato a galla soltanto acqua, adesso corrono il pericolo di non resistere all’abbondanza di pesci che raccolgono. Gli occhi del pescatore sono pieni di stupore, egli è afferrato dall’ammirazione per colui di cui si è fidato e non può tacere: “Io sono un peccatore, allontanati da me”. Come Isaia Simone si sente inadeguato e perduto di fronte ad una manifestazione di Dio tanto maestosa; si sente venir meno e cade alle ginocchia di Gesù oberato dal peso delle sue incoerenze. Come ogni creatura davanti al Dio che si rivela avverte l’infinita sproporzione tra lui e chi gli sta davanti. Gesù risponde “Non temere”. Simone diventerà Pietro e riceverà l’incarico di confermare nella fede i suoi fratelli proprio quando avrà consumato fino in fondo la propria esperienza di debolezza. Non per le sue qualità sarà ‘pietra’, garanzia di stabilità, ma proprio perché Simone si scopre una frana continua, in ogni sua scivolata, egli mette a nudo la Pietra, la fedeltà del suo Signore. Al peccatore è fatto il dono di essere associato a Gesù nell’opera di salvezza. La missione di Pietro consisterà nel ‘pescare uomini’. L’umanità intera è immersa nel mare, nell’abisso della perdizione, separata da Dio. Pietro pescherà gli uomini dall’abisso per salvarli. “Pescare” significa dal testo greco “catturare vivi”; è il verbo usato nella Bibbia greca per indicare coloro che in una battaglia vanno salvati dalla morte e lasciati in vita. Ciò che Gesù ha fatto, salvando dall’abisso, sarà la pesca alla quale i discepoli stessi saranno associati, in favore di tutti gli uomini. Nella seconda lettura troviamo gli apostoli impegnati nella loro missione. S. Paolo testimonia la morte e la risurrezione del Signore Gesù come centro di tutto il messaggio cristiano e riconosce che il suo compito di apostolo è frutto esclusivo della grazia che lo ha trasformato da persecutore in annunciatore. Le tre letture ci propongono tre racconti di vocazione. Tempi e luoghi disparati, un lago, un tempio, ma tutti molto incisivi in cui si percepisce la gloria di Dio. Nella varietà e nella ricchezza di ciascuno di noi Dio ci dà modo di cogliere la sua presenza. Dio elegge, chiama e trasforma; Lui manda, assegna un compito, Lui garantisce fecondità, frutto. A noi l’impegno di rispondere con docilità e disponibilità.
Sorelle Clarisse S. Micheletto
