Domenica della Divina Misericordia
Nell’anno giubilare della Misericordia questa domenica acquista un carattere del tutto particolare: la Chiesa prega incessantemente il “Dio di eterna misericordia affinché ravvivi la fede del suo popolo” (cfr. Colletta). La misericordia del Padre e la Pasqua del Signore ci hanno rigenerato a vita nuova e un orizzonte nuovo si è aperto per noi all’alba di quel primo giorno dopo il sabato, il giorno della Resurrezione.
Il Vangelo, infatti, ci presenta la sera di quel giorno, il primo della settimana come il giorno di una nuova creazione. I discepoli si trovano chiusi in casa per timore dei Giudei. Essi hanno paura nei confronti di coloro che hanno ucciso l’ideale, la speranza, sono delusi. Essi stanno vivendo una situazione di chiusura di fronte alla realtà dei fatti. Eppure questa chiusura non impedisce a Gesù di penetrarvi: Gesù viene in mezzo a loro, si ferma con loro e vince la loro paura stabilendo una condizione di pace nel loro cuore: “Pace a voi” sono le prime parole che il Risorto rivolge ai discepoli. E’ la realtà che egli aveva promesso prima del suo distacco: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi. Non sia turbato il vostro cuore e non abbia timore. (Gv 14,27); Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!”. (Gv 16,33). Questo messaggio di pace e il vedere le piaghe permette ai discepoli di vedere e riconoscere Gesù come il Signore, il Risorto e il loro timore si trasforma in gioia.
Al riconoscimento segue la missione: come Gesù è il volto del Padre così i discepoli devono essere il volto del Figlio nel mondo: “Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi”. E’ l’atto di fondazione della Chiesa: i discepoli sono chiamati a perpetuare l’opera del Figlio: “A coloro a cui perdonerete i peccati saranno perdonati, a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”. Con questa parole Gesù definisce il compito della Chiesa: perdonare i peccati, essere misericordiosa come il Padre. La Chiesa è la comunità dove si perdonano i peccati e non c’è peccato che non possa essere perdonato perché la Chiesa è il luogo dove si celebra la misericordia di Dio (cfr. Papa Francesco).
A fare esperienza di questa misericordia Gesù vuole tutti, anche coloro che per qualsiasi motivo si sono allontani dalla Chiesa come Tommaso che quel giorno non solo non era insieme ai discepoli, ma non ha neanche creduto alla loro parola: “Abbiamo visto il Signore!” E Gesù, “otto giorni dopo”, il giorno della nuova Pasqua, ripete la scena solo per Tommaso perché per Gesù l’uno che si è perso, che non crede è importante quanto tutti gli altri insieme. E dopo aver rivolto nuovamente a tutti il saluto di pace, si rivolge solo a Tommaso con le sue stesse parole che non hanno più il senso della sfida: se non vedo … non metto … se non tocco .. non credo.”, ma diventano una serie di imperativi: “ metti … guarda… tendi … metti …”. Tommaso non ha più bisogno di toccare: l’evangelista non ci dà notizia di questo, ma annota per sempre la sua professione di fede: “Mio Signore e mio Dio”. L’incredulo Tommaso è diventato credente: “Hai creduto perché mi hai visto”. Egli ha creduto non per la testimonianza dei suoi compagni, ma perché ha visto: “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”. Il Signore ci insegna che la fede non è vedere, né toccare, ma è l’abbandono fiducioso a Colui che ha aperto davanti a noi e per noi il sentiero della vita.
Sorelle Clarisse
Monastero San Micheletto
