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V Domenica di Pasqua

Pubblicato su 30 Aprile 2015 di Sorelle Clarisse

La liturgia di questa domenica pone davanti a noi l’immagine di una vite. “Io sono la vite vera” (Gv 15, 1). Nella parabola della vite si trova anzitutto una mirabile garanzia: che noi non siamo degli isolati che non hanno tenuta, ma piuttosto radicati, stretti e congiunti con una sorgente forte e feconda in forza di cui possiamo vivere un’esistenza utile e significativa. Gesù Cristo è la vite, noi i tralci; noi e lui la stessa cosa! Stessa pianta, stessa vita, unica radice, una sola linfa. Lui in noi e noi in Lui come figli nella madre indipendentemente da ciò che facciamo o non facciamo, dai meriti, dalle virtù, dagli sbagli. Questo a una sola condizione che non è un condizionamento, ma la base della nostra esistenza: nutrirci della sua stessa linfa accogliendo il suo “Rimanete in me e io in voi”. Non sono parole astratte, sono le parole che usa anche l’amore umano. E’ il rimanere insieme dei due che si amano, nonostante tutte le distanze e le difficoltà che trascinano via. Resta con me. Come possiamo realizzare questo? Il primo passo è fare memoria che noi siamo già in lui e che lui è già in noi. Non dobbiamo inventare e costruire niente, soltanto mantenere ciò che è già dato per il Battesimo, prendere consapevolezza che c’è un’energia che scorre in noi, che proviene da Dio, che non viene mai meno e alla quale possiamo sempre aggrapparci e attingere. L’unico compito è aprire strade e canali a questa linfa. C’è un amore che sale dalle radici del mondo, che ci raggiunge e ci attraversa, c’è una vita che è prima di noi, viene da Dio e va in frutti di amore. L’esigenza è così pressante che dietro di essa sta addirittura una minaccia: “Chi non rimane in me viene gettato via e secca, gettato nel fuoco e bruciato”. Dio Padre ha cura dell’unità del Figlio con i suoi rami. questa unità è così stretta che non tollera mezze misure: o il tralcio è nella vite, oppure ne è diviso. Questo deve starci a cuore. “Senza di me non potete far nulla” anche per quanto possiamo produrre da noi stessi. Il centro di tutto questo brano è il portare frutto e il tralcio che porta frutto conosce il dono della potatura. Le potature non sono le sofferenze portate dalla vita, come se il dolore fosse amico dell’uomo, fosse un bene. Potare per Dio non è amputare, ma dare vita. Potare significa dare orientamento, ordine, anche porre dei limiti, dire dei no, e rinunciare a tutto ciò che è superfluo equivale a fiorire. La prima lettura di questa liturgia ci parla dell’inserimento di Paolo nella Chiesa. I discepoli di Gerusalemme sono sospettosi, hanno paura e non possono credere che il famoso persecutore possa essere un vero tralcio nella vite. Di questa esperienza Paolo saprà fare tesoro quando comincerà a diffondere il Vangelo fondando nuove comunità. La Chiesa di oggi deve guardare a questi testimoni per ritrovare fiducia nello Spirito che la guida, senza paura di essere giudicata, discriminata o perseguitata. E noi discepoli di oggi siamo realmente come tralci innestati nella vite oppure no? Che cosa ha più peso in noi: la fiducia nella grazia di Dio o la nostra diffidenza? La seconda lettura ci dice che “abbiamo fiducia in Dio…perché osserviamo i suoi comandamenti e facciamo quello che gli è gradito” (1Gv 3, 21-22). Ma “il nostro cuore può anche rimproverarci” (v. 20). Ciò che il cuore ci può rimproverare non è qualcosa di vago e indeterminabile, ma la capacità di amare i nostri fratelli ‘con i fatti e nella verità’, cioè secondo l’esempio di Colui che ha dato la sua vita per noi. Di fronte a questo ideale e all’imperativo che ne consegue -anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli- chi non sentirebbe il peso di tutta la sua pochezza e incapacità?. Il comandamento consiste nel credere nel Figlio e nell’amarci gli uni gli altri: la fede in Gesù Cristo rende possibile l’amore fraterno e, a sua volta, la linfa dell’amore ci fa rimanere in Dio. L’amore divino ci è donato perché lo viviamo gli uni verso gli altri e, vivendolo, rimaniamo uniti alla fonte di tale amore. Quanto più si è uniti a Dio tanto più si amano gli altri come propri fratelli.
Sorelle Clarisse S. Micheletto

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