Oggi, nel commentare le letture che la liturgia ci propone partiamo dal breve, ma denso, brano evangelico che ci dà la chiave di lettura per comprendere anche gli altri due brani. Ci troviamo al capitolo X del Vangelo di Giovanni dove ci viene presentato Gesù come il Buon pastore che ha cura delle sue pecore, guida e compagno di viaggio della comunità credente. In questi tre versetti che la liturgia ci propone viene messa in risalto, sulle labbra di Gesù, l’identità delle pecore e le loro caratteristiche in rapporto a Cristo: ascoltano la voce, lo seguono e non andranno mai perdute. La qualità fondamentale di chi è aperto alla fede è anzitutto l’ascolto. Ascoltare non significa solo udire, ma comprendere con l’intelligenza, accogliere nel cuore e mettere in pratica. In queste tre azioni consiste l’obbedienza alla parola ascoltata. L’obbedienza è quindi una relazione feconda e vitale tra chi parla e chi ascolta: ecco, perché il Decalogo dato da Dio a Mosè inizia proprio così: Ascolta Israele (Dt 5,1). Chi ascolta il Maestro ha la vita e a sua volta è conosciuto da Lui con una unione personale e profonda che si concretizza nell’amore. L’ascolto, tuttavia, implica la sequela: ed esse mi seguono – che è azione ed impegno. Chi lo segue sarà custodito da lui: nessuno le strapperà dalla mia mano. Nessuna prova o persecuzione ci farà soccombere perché Gesù ci custodisce e ci preserva dai pericoli nella sicurezza e nella pace. Il salmo 22 dice: Anche se dovessi camminare per una valle oscura non temerei alcun male, perché Tu sei con me, mentre il salmo che incontriamo nella liturgia di oggi afferma: Egli ci ha fatti e noi siamo suoi, suo popolo e gregge del suo pascolo. Ciò che ci dà sicurezza nelle prove della vita è proprio il nostro appartenere al Signore, è questo essere suoi. Gesù ci custodisce come cosa preziosa che ha ricevuto dal Padre: Il Padre mio che me le ha date. Il Padre ci ha creato per donarci al Figlio e ora il Figlio ci custodisce per donarci nuovamente al Padre. Questa certezza si fonda sulla loro profonda unità e comunione: Io e il Padre siamo una cosa sola. Questa affermazione illustra non solo il rapporto tra Gesù e il Padre, ma il loro potere salvifico a vantaggio dell’uomo.
Ciò che abbiamo visto nel Vangelo trova il suo compimento nelle altre due letture.
La prima lettura si concentra sugli effetti della missione apostolica con l’accoglienza della fede da parte di alcuni pagani e il rifiuto dei Giudei che cercano di ostacolare la diffusione del Vangelo. Per ben due sabati Paolo e Barnaba annunciano il mistero pasquale, e non passa molto tempo che i giudei di Antiochia di Pisidia si dividono di fronte a tale annuncio. C’è chi accoglie volentieri e contagia altri perché vengano ad ascoltare gli apostoli e c’è chi, per gelosia ed invidia, non sopporta un tale successo e inizia a minacciare gli apostoli tanto da cacciarli dal loro territorio. Il rifiuto, però, non viene visto come elemento negativo e di ostacolo, ma viene letto come una nuova possibilità data da Dio perché altri possano ascoltare l’annuncio evangelico. Solo Dio può aprire i cuori degli uomini, e se alcuni cuori rimangono induriti, Dio però sta preparando altri ad accogliere il buon seme della Parola. Così da Antiochia di Pisidia Paolo e Barnaba partiranno per raggiungere altre città fino ad arrivare ad Atene, dove Paolo terrà il famoso discorso all’Areopago (cfr. At 17).
La seconda lettura tratta dall’Apocalisse è anch’essa dominata dal simbolismo pastorale. Il brano è inserito nella cosiddetta «sezione dei sette sigilli» (6,1-7,17) che sfocia appunto nel nostro testo con una grande e corale celebrazione della salvezza definitiva ed escatologica. Al centro della scena è collocato l’Agnello, Cristo. Egli concentra in sé l’intero simbolismo pastorale: è agnello e pastore, è capo e corpo della Chiesa: l’Agnello sarà il loro pastore e li guiderà alle fonti dell’acqua della vita. La funzione dell’Agnello per la «moltitudine» degli eletti è poi ripetutamente definita. Egli ha lavato le loro vesti rendendole candide col suo sangue; Egli stende la sua tenda sopra di loro. La veste, infatti, è segno della nuova realtà di una persona e il candore denota la partecipazione alla sfera divina e alla perfezione escatologica. Ritorna, così, il tema della piena «intimità» e comunione con Dio, mentre la tenda è la presenza di Dio in mezzo al suo popolo. La tenda perfetta della Gerusalemme celeste avvolge ora in pienezza l’assemblea degli eletti così da vincolarli totalmente al loro Salvatore
Sorelle Clarisse
Monastero S. Micheletto
