La liturgia di questa domenica è un invito alla gioia e alla pace.
La prima lettura è caratterizzata da un susseguirsi di verbi che indicano la gioia. “rallegratevi, esultate, sfavillate di gioia” fino ad arrivare quasi alla fine del brano in cui si afferma “e gioirà il vostro cuore”. Si passa quindi da una gioia esteriore a una interiore. Prima di tutto ci viene detto con chi dobbiamo gioire e poi il perché di tale gioia. L’oggetto della gioia è semplicemente la città di Gerusalemme che, dopo aver sperimentato la distruzione, la deportazione e l’esilio dei suoi abitanti, ora potrà tornare ad essere abitata perché il Signore “farà scorrere verso di essa come un fiume la pace”. Ai deportati, agli esiliati tutto ciò sembra un sogno, ma il Signore li rassicura: voi lo vedrete cioè voi vedrete il compimento delle promesse e gioirà il vostro cuore. La gioia del cuore è una gioia che diventa giubilo difficile ad esprimere a parole: è il cuore stesso che canta e il canto del cuore si trasforma in lode per le opere meravigliose che Dio ha compiuto (cfr. salmo responsoriale).
Il frutto della gioia è la pace che viene espresso simboleggiando Gerusalemme come una madre e i suoi abitanti come i suoi figli con immagini a noi familiari di una madre che si prende cura dei suoi figli. Questa madre è Dio stesso “come una madre consola un figlio, io vi consolerò”. Questa consolazione da parte di Dio è espressa con un verbo al futuro, ma diventa realtà “voi lo vedrete e gioirà il vostro cuore”. Non è solo una promessa per i tempi futuri, ma è la promessa del Signore che si realizza nel presente perché tutto ciò che il Signore dice lo compie perché egli è fedele alle sue promesse.
Anche nel brano evangelico ritroviamo il tema della pace e della gioia. Il tema della pace è espresso come saluto che i discepoli devono portare: è lo Shalom, Pace! salvezza!. E’ la salvezza messianica che essi devono annunziare: il Signore infatti li manda avanti a sé come araldi per annunziare la Sua venuta che coincide con la prossimità del Regno di Dio. Annunziare il regno di Dio è rischioso: i missionari infatti sono indifesi: “vi mando come agnelli in mezzo ai lupi”. E nonostante il rischio non devono portare neanche l’indispensabile per il viaggio. Alla base di tale comportamento è la fiducia totale in Dio che sa offrire aiuto e protezione ai poveri. L’accoglienza ricevuta rappresenta la disponibilità all’accoglienza del Vangelo stesso.
Terminata la missione i settantadue tornarono pieni di gioia. Per i discepoli la gioia è che i demoni si sottomettono a loro. La missione era essenzialmente vista come un confronto con le forze del male. In risposta Gesù si riferisce a una sua visione: vedeva Satana cadere dal cielo, e dunque è imminente la fine del suo potere sugli uomini, ed è vicina l’inaugurazione di un mondo nuovo. Satana, che l’evangelista considera forse come il capo dei demoni, ha perso il sopravento.
Il «più forte» ha la vittoria sul «forte».
Poi Gesù parla della protezione divina di cui i discepoli godono nella loro attività apostolica. La protezione divina si estende anche contro le numerose e varie manifestazioni nocive che Satana può recare al discepolo, e che i messaggeri dovranno affrontare: avranno da Dio il potere di superarle.
Alla fine Gesù risponde più direttamente alla gioia dei discepoli. Certamente il potere di cacciare i demoni, il successo missionario sono fonti di gioia, ma non sono necessariamente garanzia di salvezza. C’è una gioia più profonda e sicura che proviene dall’essere amati e scelti da Dio.
Anche S. Paolo nella seconda lettura esprime la sua gioia: “io mi vanto della croce del Signore”. L’apostolo non ha posto la sua gioia in qualcosa che di per sé dona gioia, ma in qualcosa che a prima vista è rifiutata perché segno di dolore e contraddizione. La croce del Signore per S. Paolo è fonte di gioia perché la morte del Signore ha fatto sì che questo strumento di sofferenza diventasse strumento di salvezza per tutto il genere umano. La croce di Cristo è lo spartiacque tra ciò che c’era prima e ciò che la croce richiede di vivere dopo: è quello che S. Paolo esprime con “non conta la circoncisione o la non circoncisione” – cioè la vecchia legge – ma l’essere creatura nuova cioè il vivere la legge dello Spirito che al capitolo quinto S. Paolo espone paragonando le opere della carne al frutto dello spirito. Ecco la norma da seguire e chi vive questa nuova legge vivrà nella pace e la misericordia del Signore sarà con lui.
Sorelle Clarisse
Monastero S. Micheletto
