Il segno e una promessa sono gli elementi centrali della liturgia di questa Domenica che ci prepara più da vicino a celebrare il mistero del Natale. Nel segno di un bambino, Emmanuele che significa Dio-con-noi, la promessa di Dio si realizza: il Signore entra nel tempo assumendo la nostra carne mortale per farsi vicino ad ogni uomo, per condividere la storia, le gioie e le sofferenze di ciascuno di noi, per portare a tutti la salvezza.
Nella prima lettura ci viene narrata la vicenda del re Acaz, sovrano del regno di Giuda, coinvolto in una guerra pericolosa che minava l’autonomia politica di Gerusalemme. In un momento difficile per la sua vita e per la stabilità del suo popolo, egli dubita di Dio e della sua fedeltà, cerca di salvarsi appoggiandosi su sicurezze umane fatte di espedienti, intrighi e alleanze militari. Il profeta Isaia lo invita a fidarsi del Signore e gli offre un segno che ha la funzione di assicurare l’aiuto divino: la nascita di un bambino a cui sarebbe stato dato il nome di Emmanuele. Questo evento avrebbe manifestato la fedeltà di Dio verso il suo popolo, la sua presenza amorosa in mezzo ad esso: è un invito alla fede, a leggere la storia con lo sguardo di chi vi scorge il disegno benevolo di Dio e si affida a Lui. Acaz viene esortato a ricercare in Dio solo ogni sicurezza, perfino la vittoria in guerra, tuttavia egli rimane incredulo. Il Signore stesso lo esorta a chiedere un segno, una dimostrazione del suo patto di alleanza con il suo popolo, ma il re, sotto il pretesto di rispetto per il Signore, non voglio tentare il Signore, non cede. “ Pertanto il Signore stesso ti darà un segno”: la bontà di Dio supera l’ipocrisia di Acaz, la sua incredulità non può ostacolare l’agire di Dio, il suo amore verso la casa di Giuda. L’intervento di Dio non ha più lo scopo di dare saldezza alla fede vacillante del re, ma quello di confermare il suo disegno benevolo che supera l’incredulità umana. Il segno di un bambino, che proseguirà la discendenza della casa di Davide, non è solo annuncio di un evento presente, ma ha anche una valenza futura: l’Emmanuele è Gesù, il Messia atteso, la presenza viva di Dio stesso in mezzo al suo popolo. Questa profezia viene infatti ripresa dall’evangelista Matteo nell’annunciazione a Giuseppe. Per saper penetrare nel mistero del segno dell’Emmanuele bisogna avere mani innocenti e cuore puro (Salmo 23) cioè operare la scelta fondamentale per Dio che coinvolga tutto l’essere, mani e cuore. Come Giuseppe, uomo giusto, anche a noi è chiesta la totale disponibilità a Dio che ci chiama ad essere servi di Cristo Gesù, prescelti per annunziare il Vangelo (Rm 1, 1-7). Questo ci chiede di camminare sulla via della fede, un percorso che non è privo di difficoltà e prove: l’angelo del Signore raggiunge Giuseppe proprio in un momento di dubbio, di decisione importante per la sua vita e quella di Maria. “Non temere… quel che è generato in Maria viene dallo Spirito Santo”: queste parole dovettero risuonare in modo forte nel suo cuore ed egli credette. Giuseppe si affida totalmente alla promessa di Dio, alla sua logica che va oltre le possibilità e i ragionamenti umani, che supera perfino la Legge. “Fece come l’angelo del Signore gli aveva ordinato e prese con sé…” Giuseppe è l’uomo della fede che obbedisce alla Parola, la prende con sé, ed essa diviene carne nella sua vita, inoltre con la sua paternità legale introduce Gesù nella stirpe di Davide, cioè nella corrente viva dell’alleanza di Dio e ne diviene collaboratore. Come Giuseppe anche noi siamo invitati ad accogliere la Parola di Dio, a riconoscere i segni della sua presenza, a fidarci delle sue promesse.
Sorelle Clarisse. Monastero San Micheletto
